Israele colpisce una chiesa cattolica a Gaza: la Meloni condanna, ma il Governo italiano si accorge solo ora della situazione? Ecco cosa è accaduto e una riflessione sull’argomento.


Il bombardamento che ha nuovamente colpito la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza: secondo quanto riportato dal Patriarcato latino di Gerusalemme l’attacco ha provocato due vittime e undici i feriti, di cui tre in modo grave.  Tra i colpiti c’è anche il parroco, don Gabriel Romanelli. Il complesso religioso accoglie attualmente circa 500 sfollati cristiani, stretti in un rifugio di emergenza nel cuore di uno dei conflitti più drammatici e asimmetrici degli ultimi decenni.

Eppure, solo oggi il governo italiano sembra essersi accorto della violenza sistematica che colpisce indiscriminatamente civili, ospedali, scuole e, ora, anche luoghi di culto cristiani.

Il Governo italiano apre gli occhi solo quando Israele colpisce una Chiesa cattolica?

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’attacco “inaccettabile”, aggiungendo che “nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento”.

Parole nette, che però giungono dopo mesi in cui le incursioni israeliane hanno colpito ripetutamente strutture civili, causando un numero altissimo di vittime, in gran parte civili palestinesi.

Fino a questo momento, l’esecutivo italiano ha mantenuto una posizione cauta, talvolta silenziosa, esprimendo comprensione verso le azioni militari di Israele in nome del diritto all’autodifesa. Il pronunciamento odierno appare dunque tardivo e selettivo: è davvero servito il colpire un simbolo della cristianità perché si alzasse la voce di Palazzo Chigi? L’impressione, inevitabilmente, è che l’indignazione istituzionale si sia attivata solo in presenza di una vittima percepita come culturalmente più vicina, anziché per la gravità e la sistematicità delle violazioni in corso.

Il bersaglio del cosiddetto “errore di tiro” di Israele

Israele, secondo quanto riferito da fonti del Patriarcato latino di Gerusalemme, avrebbe parlato di un “errore di tiro”. Una spiegazione già utilizzata in altre circostanze simili, spesso per giustificare raid che hanno colpito ospedali, scuole e abitazioni private. Ma il ripetersi di tali “errori” solleva interrogativi sempre più urgenti sulla condotta delle operazioni e sulla reale distinzione tra obiettivi civili e militari.

All’interno della chiesa colpita trovano attualmente rifugio non solo cristiani, ma anche decine di musulmani, tra cui bambini con disabilità e anziani, assistiti dalle suore di Madre Teresa. Un esempio di convivenza e assistenza reciproca in un contesto devastato dalla guerra, che rende ancora più grave l’attacco a un luogo che si è trasformato in presidio umanitario e interreligioso.

L’atteggiamento ambiguo dell’Italia

L’Italia, negli ultimi mesi, ha mantenuto un atteggiamento che molti osservatori definiscono ambiguo nei confronti delle operazioni militari condotte da Israele nella Striscia di Gaza. A fronte di un’escalation bellica che ha provocato, secondo fonti ONU, un numero altissimo di vittime civili e una crisi umanitaria senza precedenti, la risposta delle istituzioni italiane è apparsa spesso timida, quando non silente.

Da un lato, il governo ha ribadito più volte il “diritto di Israele a difendersi” (come dichiarato, ad esempio, in occasione degli attacchi dell’ottobre 2023), allineandosi alle posizioni tradizionalmente espresse dai principali alleati occidentali. Dall’altro, è mancata una presa di posizione altrettanto ferma nei confronti delle azioni che – secondo numerose organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch – configurano violazioni del diritto internazionale e potenziali crimini di guerra.

In Parlamento, le mozioni per un cessate il fuoco duraturo o per il riconoscimento dello Stato di Palestina sono state sistematicamente rinviate o respinte. A ciò si aggiunge la continuità nelle relazioni bilaterali con Tel Aviv, non solo sul piano politico ma anche militare: secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’Italia figura tra i Paesi europei che hanno autorizzato esportazioni di armamenti verso Israele anche dopo l’inizio delle operazioni a Gaza.

Un altro elemento che solleva perplessità è l’assenza di una condanna esplicita per gli attacchi ai luoghi di culto non musulmani prima dell’episodio che ha coinvolto la chiesa cattolica della Sacra Famiglia. Come sottolineato da diversi commentatori, solo l’impatto simbolico del colpire una comunità cristiana ha spinto le autorità italiane ad assumere toni più decisi, lasciando trasparire una sensibilità selettiva.

Troppa diplomatica prudenza?

La posizione italiana si muove quindi su un crinale delicato: da un lato il richiamo ai valori umanitari, dall’altro la prudenza diplomatica, spesso interpretata come accondiscendenza. In un contesto in cui la comunità internazionale è sempre più divisa, il rischio è che questa ambiguità finisca per indebolire la credibilità del nostro Paese sul piano dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale.

Secondo Francesco Strazzari, docente di Relazioni Internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna, l’Italia fatica ad assumere una posizione veramente autonoma e coerente: da un lato sostiene il diritto alla difesa israeliana, dall’altro appare incapace di criticare con altrettanta fermezza le violazioni del diritto umanitario dovute ai raid su infrastrutture civili e luoghi sacri, operazioni che Amnesty International e altre ONLUS considerano potenziali crimini di guerra.  In un suo commento per RAI Radio 2, Strazzari ha invitato a non ridurre il conflitto al solo contrasto al terrorismo, sottolineando la necessità di un approccio che contempli anche il rispetto delle convenzioni internazionali e dei civili innocenti.

Un atteggiamento che, a lungo termine, rischia di erodere il ruolo dell’Italia come attore credibile nei processi diplomatici di pace in Medio Oriente.

Interesse tardivo alla questione?

Colpisce che l’esecutivo italiano reagisca soltanto ora, mentre da tempo la Santa Sede ha più volte richiamato l’attenzione della comunità internazionale sulla drammatica situazione di Gaza, senza fare distinzioni di fede o nazionalità.

Già in primavera, don Romanelli aveva sottolineato in un’intervista l’impegno della parrocchia verso tutta la popolazione locale, cristiana e musulmana, denunciando apertamente le condizioni di assedio in cui vive la Striscia.

Di fronte a tutto questo, è legittimo chiedersi se il governo italiano sia disposto a riconsiderare il proprio approccio, superando le reticenze e pronunciandosi con chiarezza sulle gravi violazioni del diritto internazionale che continuano a consumarsi nella regione. In un conflitto che ogni giorno mina le fondamenta stesse della dignità umana, la coerenza e l’universalità della condanna non sono un’opzione: sono un dovere.