In Alto Adige prende piede l’idea di estendere l’attività delle scuole elementari, che dovrebbero rimanere aperte anche in estate, nel mese di luglio: alcuni sono d’accordo ma alcuni sono decisamente contrari.


La proposta, ancora in fase di valutazione, arriva dall’assessora provinciale all’Istruzione Francesca Gerosa e ha già acceso un acceso dibattito tra genitori, docenti e rappresentanze sindacali.

Il tema non è nuovo. Da anni si discute dell’eccessiva durata della pausa estiva per gli studenti italiani, tra le più lunghe in Europa.

L’Alto Adige, forte del proprio status di provincia autonoma, ha spesso sperimentato soluzioni alternative rispetto al resto del Paese, come l’anticipo dell’inizio delle lezioni o l’introduzione di calendari scolastici flessibili.

Scuole elementari aperte anche nel mese di luglio?

Questa nuova proposta prevede un’estensione delle attività scolastiche nel mese di luglio con un approccio meno accademico e più orientato al gioco, ai laboratori creativi e alla socializzazione. Un modello che si avvicina a quello dei centri estivi, ma all’interno dell’ambiente scolastico, con l’intento di offrire un supporto alle famiglie che nei mesi estivi si trovano in difficoltà nella gestione dei figli.

L’offerta, secondo quanto riportato da Orizzonte Scuola, sarebbe alternativa e integrativa rispetto alle proposte private, spesso economicamente inaccessibili o non sufficientemente diffuse sul territorio.

Dal punto di vista normativo, il quadro giuridico consente ampie possibilità di manovra: l’articolo 74 del Testo Unico dell’Istruzione e il DPR 275/1999 permettono infatti alle Regioni, e in particolare a quelle a statuto speciale, di definire autonomamente il calendario scolastico, purché siano assicurati i 200 giorni di lezione previsti dalla legge.

In attesa del confronto in Consiglio provinciale, previsto nei prossimi giorni nell’ambito della manovra di assestamento, la questione resta aperta. Se da un lato molte famiglie apprezzano un’offerta pubblica che le supporti nella gestione del tempo estivo, dall’altro il mondo della scuola chiede che vengano preservati i confini tra educazione e assistenza. E che, soprattutto, si investa in politiche familiari strutturate, in grado di affrontare davvero le fragilità sociali senza delegare tutto all’istituzione scolastica.

Le reazioni alla proposta

Tuttavia, le reazioni non si sono fatte attendere. Diverse sigle sindacali hanno espresso forti riserve, denunciando il rischio che l’istruzione venga piegata a esigenze estranee alla didattica. La CGIL, per voce del segretario della Flc Raffaele Meo, ha sottolineato che «la scuola non è uno strumento di conciliazione» e ha criticato l’atteggiamento dell’amministrazione provinciale, accusata di voler scaricare sulla scuola le mancanze del sistema di welfare. «Serve un piano serio per sostenere le famiglie, non un’estensione surrettizia del calendario scolastico», ha dichiarato Meo, preannunciando possibili mobilitazioni.

Anche la Cisl Scuola si è detta contraria alla proposta, ricordando che la famiglia rappresenta il primo e insostituibile contesto educativo. «È necessario rafforzare i genitori nel loro ruolo, attraverso strumenti che permettano loro di trascorrere più tempo con i figli», ha ribadito il sindacato. La Cisl ha inoltre rilanciato la richiesta di riattivare e potenziare i voucher per la fascia 3-6 anni, così da garantire una pluralità di esperienze estive sul territorio, anche nel mese di agosto.

Dal fronte sindacale emergono anche considerazioni di carattere organizzativo. I contratti collettivi stabiliscono chiaramente i tempi di lavoro del personale docente e non docente. Il periodo estivo è già destinato ad attività amministrative, chiusura dell’anno scolastico, preparazione del successivo, interventi di manutenzione e pulizia degli ambienti. Prolungare la presenza degli alunni negli edifici scolastici comprometterebbe queste operazioni, fondamentali per garantire la sicurezza e la qualità degli spazi educativi.

Farebbe bene ai bambini oppure no?

Un aspetto tutt’altro che secondario riguarda proprio i diretti interessati: i bambini. In un dibattito che spesso si concentra sulle esigenze degli adulti — famiglie, insegnanti, amministratori — rischia di passare in secondo piano la voce dei più piccoli, ovvero di coloro che vivono quotidianamente l’esperienza scolastica e che, in questo caso, potrebbero essere chiamati a prolungarla oltre i consueti termini.

Molti bambini frequentano scuole con classi numerose, dove il tempo e lo spazio per l’ascolto individuale sono spesso limitati. In questi contesti, la scuola può diventare un ambiente rigido, scandito da regole collettive, convivenze forzate e orari serrati. Non mancano situazioni in cui emergono tensioni tra pari, episodi di isolamento sociale o, nei casi peggiori, fenomeni di bullismo. A ciò si aggiunge una crescente pressione legata alla performance, anche in età molto precoce, che può compromettere il senso di benessere e di appartenenza degli alunni.

Estendere la permanenza a scuola anche nel mese di luglio, sebbene con modalità più leggere e ricreative, rischia di essere vissuto da alcuni bambini non come un’opportunità, ma come una sottrazione di tempo libero, di gioco spontaneo, di rapporti familiari autentici. Le vacanze estive, per molti, rappresentano infatti l’unico momento dell’anno in cui possono trascorrere giornate intere con genitori meno assorbiti dal lavoro, in ambienti rilassati, lontani da schemi organizzativi rigidi.

Il ruolo della scuola nella società contemporanea

È in questo contesto che si fa strada una riflessione più ampia sul ruolo della scuola nella società contemporanea. Quando l’istituzione scolastica si trova a supplire sistematicamente alle carenze del welfare, si corre il rischio di trasformarla, magari in modo non dichiarato ma progressivo, in un luogo di accudimento piuttosto che di crescita formativa. Una scuola che diventa “parcheggio” dei figli, utile a coprire i vuoti lasciati dall’assenza di politiche familiari efficaci, tradisce in parte la sua missione educativa.

Se si intende davvero mettere al centro i bambini, allora bisognerebbe chiedersi non solo cosa sia più comodo per gli adulti, ma anche cosa risponda meglio ai loro bisogni evolutivi. Bambini e bambine hanno diritto a tempi distesi, a spazi di libertà, a relazioni significative con le loro famiglie. Hanno bisogno di annoiarsi, di esplorare, di scegliere con chi stare e cosa fare, al di fuori della struttura scolastica. E se davvero si vuole ascoltare la loro voce, è necessario partire da una domanda semplice, ma spesso elusa: che cosa desiderano loro?