Una vicenda paradossale mette in luce le assurdità dell’apparato amministrativo italiano: una famiglia italiana torna a casa dall’estero (nel caso specifico dal Vietnam), ma per la burocrazia e i registri comunali praticamente non esiste.
Un caso che sta scatenando molte polemiche e che mette in evidenza delle procedure farraginose per la macchina statale e delle carenze burocratiche che spesso non si riesce appieno a comprendere.
Ovviamente in questi casi quando il trasferimento coinvolge l’intero nucleo familiare, le questioni da considerare aumentano sensibilmente. Bisogna in primis coordinare le esigenze di chi rientra per motivi di lavoro con quelle di eventuali partner, figli o altri familiari al seguito, curando gli aspetti logistici (casa, scuole, documentazione, passaggi di proprietà o di affitto) e, soprattutto, fiscali.
Tuttavia è davvero singolare quando nei registri comunali i cittadini letteralmente “scompaiano”.
Una famiglia rientra dall’estero: ma per la burocrazia Italiana “non esiste”
Dopo anni trascorsi in Vietnam, un uomo di 70 anni ha deciso di rientrare in Italia con la propria famiglia per vivere ad Albenga, in Liguria, con la moglie di origini straniere, la figlia diciassettenne e la nipotina di appena 16 mesi. Un ritorno che avrebbe dovuto sancire un nuovo inizio, ma che si è trasformato in una odissea fatta di carte bollate, silenzi istituzionali e rimpalli tra uffici pubblici.
Secondo il racconto dell’uomo, i servizi anagrafici dei Comuni di Albenga e Borghetto Santo Spirito si stanno rimbalzando la responsabilità dell’iscrizione della famiglia nei registri ufficiali. Nel frattempo, nessuno dei membri risulta residente: sono cittadini senza domicilio ufficiale, “fantasmi” per lo Stato. Nessun medico di base per la nipotina, nessun accesso ai servizi scolastici o sanitari, nessuna identità giuridica riconosciuta. Di fatto, esclusi.
C’è stato anche il tentativo di coinvolgere direttamente i sindaci delle due città, Riccardo Tomatis per Albenga e Giancarlo Canepa per Borghetto, interpellati nella speranza di sbloccare la situazione e che hanno provato a sbrogliare la matassa. Il nodo burocratico, tuttavia, sembra più forte della volontà politica. E mentre gli uffici si passano la patata bollente, una famiglia intera rimane nel limbo.
La macchina amministrativa che non funziona
Come spesso accade in Italia, ci si scontra con una macchina amministrativa che, più che risolvere, ostacola. Ci si interroga, ad esempio, se al momento del rientro in Italia l’uomo avesse regolarmente informato l’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) della propria intenzione di trasferirsi nuovamente nel Paese.
Oppure se i documenti di matrimonio e paternità siano stati tradotti, legalizzati, e presentati correttamente. Ma anche qualora vi fossero state delle mancanze formali, è davvero pensabile che in uno Stato moderno il prezzo da pagare sia diventare “inesistenti”?
Il paradosso è ancora più evidente se si pensa che, in presenza di obblighi fiscali, la macchina statale non avrebbe mostrato alcuna esitazione. In quei casi, l’anagrafe funziona eccome. Ma quando si tratta di diritti – alla salute, all’istruzione, all’esistenza civile – le falle del sistema emergono in tutta la loro gravità.
Questa vicenda, apparentemente marginale, fotografa invece un problema più ampio e sistemico: una burocrazia che tende a considerare il cittadino come un sospetto da filtrare, più che una persona da accogliere e assistere. Dove il principio di legalità si trasforma in una gabbia di norme interpretate in modo arbitrario, e dove l’assenza di coordinamento tra uffici può negare l’accesso ai diritti fondamentali.


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